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Comincia l'isola dei famosi (famosetti) |
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Anche quest'anno è iniziata la becera trasmissione condotta dall'esaltata valletta Simona Ventura. Riportiamo qui l'articolo di Vanity Fair
Honduras, 18 settembre 2007 - Ai famosi è concesso tutto: toccano le piante, pescano nella riserva...
Loro ci sono sempre stati. Si chiamano Malaquias, Ceyli, Malua, Perla, Santos. In tutto sono 80, ma in Tv non li avete mai visti. Vengono tenuti lontani dalle telecamere: rovinerebbero l’effetto scenico "soli-e-abbandonati-in-mezzo-al-mare-come-i-naufraghi-di-Lost" di cui hanno bisogno Cristiano Malgioglio, Miriana Trevisan, Alessandro Cecchi Paone, Debora Caprioglio e tutti gli altri Famosi per tentare il rilancio delle loro vite professionali.
Ma loro ci sono. Come "gli Altri" di Lost, esistono "gli Altri" dell’Isola dei Famosi. A Cayos Cochinos, l’arcipelago di isolotti (cayos) 40 chilomentri al largo da La Ceiba, città costiera dell’Honduras, i concorrenti del reality di Raidue non sono soli. Hanno dirimpettai - i Garífuna di Cayo Chachauate - che qui ci abitano da un pezzo. Per l’esattezza, sono sbarcati in Honduras 210 anni fa, in fuga dai soldati inglesi che li avevano cacciati dall’isola caraibica di Saint Vincent, più a Nord. La loro diaspora ha generato 46 comunità sparse nel Centroamerica: una è qui, nell’arcipelago che, come accadde l’anno scorso, nei prossimi nove mesi verrà infestato dalle troupe televisive di Italia, Spagna e Colombia (dopo i concorrenti "nostrani", tocca ai famosos).
In quelle spiagge, collegate via satellite con Simona Ventura e gli studi di via Mecenate a Milano, secoli fa i pirati abbandonavano i maiali (cochinos) per essere certi di avere di che mangiare se costretti dai cannoni spagnoli a tenersi al largo della costa. Oggi, al posto dei cochinos, sbarcano i famosos. Che peraltro lì proprio non ci dovrebbero stare, visto che dal 2003 tutta l’area è stata dichiarata dal governo Monumento Naturale, sotto la protezione di una Fondazione - l’Honduras Coral Reef Fund - patrocinata dal Wwf, e con una legge-statuto, la 114, che dovrebbe tutelare la pace delle colonie di uccelli, del rarissimo boa rosato (praticamente albino), delle tartarughe Carey in via d’estinzione e di tutto il delicato ecosistema della barriera corallina. Ma allora che ci fanno quelle troupe con le telecamere in spalla, i microfoni sulle aste e i piedi sui coralli? Perché ci sono ripetitori, cavi sottomarini, via vai di imbarcazioni come a Porto Cervo?
ROTTA PER L’ISOLA
"Con la Fondazione abbiamo ottimi rapporti. Nessun problema per l’ambiente, nessuna questione con la popolazione locale. Non ci credete? Andate a vedere". Così, qualche settimana fa, rispondeva alle nostre domande Giorgio Gori, patron di Magnolia e quindi produttore del format, salvo poi ammettere: "Io non ci ho mai messo piede".
Detto, fatto. Undici ore di volo charter da Milano a Roatán, la più grande isola del Golfo dell’Honduras, con aeroporto internazionale che smista turisti, soprattutto americani, nei resort all inclusive. Venti minuti di traballante bimotore a elica per atterrare sulla costa a La Ceiba, crocevia del narcotraffico ai piedi di montagne infestate da gang con il grilletto facile. Poi 40 minuti a bordo di una piccola lancia da pesca nel Mar dei Caraibi, che un secondo prima è di un bel celeste increspato e quello dopo diventa nero, tipo Tempesta perfetta. Finalmente ecco all’orizzonte il cucuzzolo di Cayo Menor, sede della Fondazione, la foresta di Cayo Mayor con l’invisibile Plantation Resort (10 stanze con tarantole incluse nel prezzo, meta degli appassionati di immersioni), la ciambella di palme di Cayo Culebra (sede delle dirette animate da Francesco Facchinetti, che la Fondazione ha ricomprato due mesi fa dal nobile piemontese Emilio Accusani), le capanne Garífuna di Cayo Chachahuate ma, soprattutto, ciò che rimane di Cayo Paloma.
Cento passi di circonferenza, un francobollo di spiaggia e palme che perde un pezzo a ogni mareggiata, a ogni uragano. Ecco il vero set dell’Isola: i Famosi fanno tutta questa strada, la stessa che ha ripercorso Vanity Fair a una settima dall’inizio del programma (19 settembre), per far finta di essersi persi. E poi salta fuori che hanno a disposizione una cabina toilette con fossa biologica, proprio tra le palme dove prima c’erano i nidi del santuario di pellicani e uccelli marini. Su un’isola che ogni altro essere umano - i Garífuna come i turisti italiani che si fanno accompagnare fin qui dai pescatori per vedere dal vivo la spiaggia che hanno visto in Tv - può normalmente guardare (dalla barca) e non toccare.
GIÙ DALLA PANCIA DEI GALEONI
Ma i veri esperti di naufragi, qui, sono gli Altri. I Garífuna discendono da un gruppo di schiavi di origine africana stivati in due galeoni che andarono in pezzi sugli scogli di Saint Vincent, all’epoca contesa tra francesi e inglesi. Si mescolarono con la popolazione caribe degli Arawaka, che gli inglesi chiamavano "i gialli", per distinguerli dai "neri". "Abbiamo combattuto al fianco dei francesi contro l’Inghilterra coloniale, ma abbiamo perso. E nel 1797 siamo scappati", racconta Santos, 48 anni, nato sull’isola.
"Ora, a casa nostra, ci vogliono di nuovo mettere ai margini. A quelli della Tv è permesso tutto ciò che dovrebbe essere proibito. Toccano le piante da cocco, pescano nella riserva biologica, vivono sulla spiaggia di Paloma, dove fino a due anni fa c’era solo un cartello con il divieto di scendere a terra. E poi la Fondazione diceva che eravamo noi i distruttori da tenere sotto controllo. Sono anni che cercano di cacciarci per sfruttare l’area. Noi però non molleremo. I nostri progenitori vengono da Nueva Armenia, sulla costa, a due ore di barca da qui. Lì c’è ancora una colonia Garífuna. Ma è persino più dura di qui. Almeno noi viviamo di pesca, e di qualche piccolo commercio con i turisti".
A Chachahuate, lingua di sabbia corallina lunga 250 metri per 60, gli Altri si sono organizzati come in una cooperativa. Votano tutti, dai 16 anni in su. La vita politica è regolata da 10 rappresentanti eletti (quota rosa, tre donne) riuniti in un patronato con presidente Ronaldo Colon (lui risiede a Nuova Armenia), il vicepresidente Naum, il segretario contabile e Roman, 53 anni, responsabile delle cuoche. "Ogni fine settimana dalla costa arriva una trentina di turisti", spiega. "Le donne delle famiglie, i Bestiz, i Castillo, i González, sono suddivise in 10 gruppi di lavoro da tre. A ciascun gruppo spetta a rotazione la gestione di una comitiva di turisti. Il principio è semplice: lavorare poco, ma lavorare tutti".
Piatto forte, pesce in salsa di cocco e banane, accompagnato da riso o spaghetti. C’è anche una capanna-albergo con quattro amache e materassi buttati a terra dove i più temerari possono passare la notte. Incasso, 15 dollari a turista. I Garífuna pagano le tasse (5 dollari a turista) che i ranger della Fondazione - in realtà militari di leva con mitragliatore M16 a tracolla - vengono prontamente a riscuotere.
A CHI SERVE IL LETTORE DVD?
Religione cattolica, con Sant’Anna (festa il 4 luglio) che protegge la comunità e chiude un occhio su qualche rituale animista come il Gudu, il culto degli antenati. Tra le 40 capanne c’è di tutto, parrucchiere, bar, ristoranti, campetto da calcio nel vicolo principale, rimessaggio delle piroghe. Gli Altri pescano con lenza, piccole reti e nasse a bordo di fragili imbarcazioni sospinte a pagaiate o con piccole vele. I motori fuoribordo sono un lusso. L’acqua potabile è un bene d’importazione. La corrente elettrica viene da un generatore a diesel venerato come l’Arca dell’alleanza. Medici neanche l’ombra, solo una cassetta di farmaci.
"Da quelli della televisione noi non abbiamo avuto niente", dice il vicepresidente Naum, 30 anni. "La sola a guadagnarci è stata la Fondazione. Ora stiamo trattando, ci hanno promesso due cisterne per l’acqua potabile (seimila euro di preventivo, ndr). Hanno detto che alla fine del programma ce le daranno". Gli italiani di Magnolia finora a Chachahuate non hanno lasciato nulla, e neanche gli spagnoli. Entrambi battuti dalla generosità dei colombiani, che hanno donato un vecchio televisore, acceso di rado, e un lettore dvd, che non è ben chiaro quali dvd dovrebbe leggere.
"Avremmo bisogno di un avvocato che tuteli i nostri diritti, che tratti con la Fondazione. Queste isole sono nostre per diritto di nascita", interviene Rosaria. Mini, 36 anni e 4 figli, una delle tre donne del patronato, ricorda bene il primo incontro con la produzione del programma: "Sono venuti qui a mangiare il pesce grigliato e ci hanno fatto una proposta un po’ strana. “Quanto volete per andarvene? Noi vi smontiamo il villaggio e, quando è tutto finito, vi aiutiamo a ricostruirlo più bello”. Non ho mai capito se dicevano sul serio".
STIAMO LAVORANDO PER NOI
I Garífuna non sono angioletti. Commettono i loro peccatucci, come pescare troppe aragoste (non bisognerebbe andare oltre una quota stabilita, ma si rivendono bene al mercato del pesce di La Ceiba) e troppi strombi giganti, le maxiconchiglie di cui vanno ghiotti, e che cominciano a scarseggiare.
Decidiamo dunque di sentire anche l’altra campana. Saliamo a bordo di una lancia e andiamo a Cayo Menor in cerca del presidente della Fondazione, Adrián Oviedo, che da sempre sostiene "lo sviluppo ecocompatibile di Cayos Cochinos, attraverso forme di incentivo economico che permettano l’attuazione dei programmi scientifici". Vorremmo chiedergli come pensa di usare l’incentivo economico ricevuto dalla casa di produzione dell’Isola. Ma il presidente non c’è. Ci dicono che ha lasciato un ordine preciso: tenere alla larga i Garífuna.
In compenso incontriamo Adami Cubas, responsabile del ministero dell’Ambiente per la conservazione dell’area. Praticamente il tramite tra la Fondazione e il governo. "È vero", ammette, "sono stati fatti dei danni. L’impatto sulla natura dei Famosi, e di tutto ciò che gira loro intorno, è stato forte. Ne hanno risentito la vegetazione, i coralli, la fauna marina. Però, con il denaro che abbiamo ricevuto (pare che, della cifra imprecisata pagata al ministero per ottenere i permessi, alla Fondazione siano finiti 50 mila dollari, ndr), possiamo tutelare meglio il resto dell’arcipelago". Come dire: sacrifichiamo qualche Cayo del Monumento Nazionale per salvare gli altri.
Ma non avete protestato, gli chiedo, con i responsabili della produzione? "Abbiamo fatto presente che le misure di tutela della riserva erano state violate, abbiamo chiesto che i cavi sottomarini venissero tirati meglio, che il traffico di imbarcazioni fosse più contenuto. Ci stiamo lavorando. E stiamo lavorando anche al rapporto con i Garífuna, che devono avere qualche beneficio: le cisterne, e magari anche una scuola a Chachahuate (al momento i bambini vanno alle elementari dell’isola di Cayo Mayor, ndr)".
E le tartarughe che in questa stagione depongono le uova? A Playa Uva, per esempio, dove nella scorsa edizione del programma è stata organizzata una delle prove del gioco? "Certo, di tartarughe se ne vedono meno. Sono molto delicate, reagiscono male alle creme solari che si sciolgono in acqua. Ma Playa Uva non è il solo posto dove depongono le uova".
Immaginate che cosa succederebbe se una rete televisiva straniera decidesse di ambientare un reality show a tema greco-romano tra le colonne del tempio di Nettuno a Paestum: credete che al nostro ministero dei Beni culturali ne sarebbero contenti? Ma l’Honduras non è l’Italia: uno dei Paesi più poveri del continente, ha un reddito pro capite di 740 dollari l’anno, il più alto tasso di omicidi del Centroamerica, risorse scarsine e l’inflazione oltre il 20%.
FAMOSI SÌ, VECCHIETTI NO
Come ci sono arrivati, i Famosi, in Honduras? Dopo le tre edizioni a Santo Domingo, nella penisola di Samaná (dove la popolazione, a detta di Magnolia, ci ha guadagnato un milione di euro), a Francesco Pucci - direttore esecutivo dell’Isola, l’uomo che realizza tutto lo show, chiavi in mano, per Magnolia - toccava il compito di cercare una nuova sede. Pare fosse disperato: difficile trovare un’altra spiaggia isolata e incontaminata.
Ascoltati i racconti di una serie di giramondo italiani, venne fuori l’ipotesi Honduras. Arianna Polenghi, che da 15 anni si occupa di turismo in Centroamerica e che a Roatán è direttrice di McTours e corrispondente di Press Tour, venne contattata. "Mandai una prima relazione dettagliata sulle isole di Cayos Cochinos, poi Pucci venne a marzo 2006, e ancora a maggio e a giugno. Fecero le loro riunioni a Milano, con Giorgio Gori, ma avevano molti dubbi. Mi sono pentita amaramente di averli aiutati. Di fatto il peccato originale - far conoscere loro questi luoghi - è mio. Io però glielo avevo detto che nell’arcipelago c’erano posti meno delicati, dove il programma si poteva fare. Bastava avere un po’ più di tempo e spendere per cavi più lunghi. Loro, purtroppo, avevano fretta".
Ma chi ha dato i permessi, e in cambio di che cosa? "Non so chi e quanto sia stato pagato. Ovviamente la Fondazione qualcosa in cambio deve aver ricevuto. Pensi che, due anni fa, venne un gruppo di vecchietti della Smithsonian Institution (uno dei più famosi enti culturali e di ricerca americani, ndr). Erano in crociera da queste parti, avevano una lettera, firmata dal ministro del Turismo, che consentiva di visitare le isole. Eppure, una volta sul posto, fu severamente proibito di mettere piede a terra. La Fondazione disse che non si poteva, che la natura sarebbe stata violata. Devono aver cambiato idea".
UNA PUNTATA A TEMA?
Sull’aereo, venendo in Honduras, abbiamo incontrato cameramen e assistenti di produzione dell’Isola. Ci hanno raccontato che più volte Pucci ha ricordato loro quanto è delicato l’ambiente in cui lavorano, e li ha rimproverati duramente per le loro leggerezze. Ma è come pretendere che un elefante entri in una cristalleria senza fare cocci.
E poi non ci sono solo tartarughe, coralli e boa, ci sono gli esseri umani. Si è già tanto parlato, e tanto ancora si parlerà, della novità di questa edizione: i sei "non famosi" che faranno anticamera nella giungla da qualche parte prima di raggiungere gli altri a Cayo Paloma. Ma forse quest’Isola dei Famosi 5, che Simona Ventura vorrebbe con meno gossip e più attenzione ai temi sociali, quasi un "reality talk", potrebbe cominciare a parlare dei Garífuna. Quello sì che sarebbe un puntatone.
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